Passione di Christo secondo San Giovanni
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di Francesco Corteccia

Per voce recitante e coro a quattro voci virili, composta da Francesco Corteccia nel 1527, era secondo l'uso della "Compagnia di S.Maria delle Laude" di Firenze: "co'l sacro Testo tradotto fedelmente in lingua Fiorentina ove non si chanta" e "co'l sacro Testo in lingua Latina... ne' punti dati alla musica". L'opera comprende "a' luoghi opportuni" sette "meditazioni divote" per sottolineare il "Tormento grande del Signore Dio su la Croce", ovvero sette Responsori della Settimana santa, composti dallo stesso autore ed opportunamente inseriti, secondo una precisa scelta tematica, nei momenti "topici" della sacra rappresentazione. Le musiche dell'Exordium, delle Turbarum voces e dell'Evangelium, sono state tratte dal manoscritto cinquecentesco "Volume di Polifonia n.45" contenente varie composizioni di F.Corteccia, destinate in massima parte alla Settimana santa, conservate nell'Archivio dell'Opera di S.Maria in Fiore di Firenze. Le Meditazioni sono contenute nei Responsoria omnia per la Settimana santa di F.Corteccia, fatta salva la sesta, Diviserunt sibi (Antifona per la Feria VI di Parasceve), per la quale l'autore ha utilizzato - con lievissime varianti - la parte a tre voci dell'Evangelium. I testi non musicati sono tratti da la Bibia Sacra, tradotta in lingua Thoscana per maestro Santi Marmochino, Fiorentino, dell'ordine de' predicatori della provincia Romana, Venezia, Giunti, 1538.
L’opera ripercorre la Passione e Morte di Cristo attraverso interventi corali (meditationes e turbarum voces), parti solistiche a tre quattro voci e la voce dell’historicus. Corteccia, che è forse il primo italiano a dare veste polifonica ad una Passio, sceglie – e scegliendo interpreta – per essa una vocalità tutta maschile, scura e introspettiva. Introspezione che significa umanità, dramma del Dio fatto uomo, che si riflette nell’inavvedutezza dei suoi accusatori, i farisei, i militi, le turbae.
Quell’ipocrisia è nelle formule stereotipate dei concatenamenti armonici, tesi e imperativi quanto poveri di invenzione. E allora interviene l’altra umanità, quella della sofferenza del Cristo condannato letta nei suoi stessi occhi: un’umanità che il Vangelo, nella sua oggettività narrativa, non interpreta, ma che Corteccia disegnerà qualche anno più tardi con le sue Meditationes, incorporate poi nei Responsoria omnia, pubblicati solo nel 1570. La musica non è più quella d’apparato, che celebra con stile severo e impersonale l’autorità e la potenza secolare della chiesa – quel che la tradizionale polifonia dei Fiamminghi aveva fin lì magistralmente insegnato.
È invece una musica nuova, che intimamente penetra la sofferenza nella parola che intona: “Omnes inimici mei adversum me cogitabant mala mihi”, “videtes omnes populi si est dolor similis sicut dolor meus”, e le voci raggiungono le corde del dolore vero in musica, una simbiosi col testo del tutto sconosciuta alla polifonia dell’epoca, facendosi viatico di espiazione e redenzione. Corteccia indica così la strada italiana di rinnovamento nella musica sacra e religiosa, e lo fa in virtù proprio di questa inedita umanizzazione del testo sacro, un’umanizzazione derivata dall’esperienza vera e vissuta di un dolore religioso, sociale e politico, che sembra rinnovare il dolore di Cristo sulla croce.
Il racconto della Passione di Christo si snoda lungo due direttrici: la recitazione in volgare e gli interventi della folla in latino.
La narrazione evangelica viene interrotta nei momenti salienti da alcuni responsori tratti dalle profezie e dalle lamentazioni che rappresentano, secondo le intenzioni del Corteccia, momenti di divota meditazione. Questi inserti polifonici sono le pagine più ispirate dell’intera opera: in particolare il toccante Tristis est anima mea, il drammatico Caligaverunt oculi mei e il Tenebrae factae sunt che è considerato un capolavoro del genere mottettistico.
Alla conclusione, dopo la morte di Christo, il coro conclude con l'Evangelium che è il racconto della deposizione dalla croce e della sepoltura.

FRANCESCO CORTECCIA (Pierfrancesco)
Compositore e organista (Firenze, 1502 - ivi, 1571) fu allievo di Bernardo Pisano, di M.Rampollini e di Bartolomeo degli Organi. Nel 1531 ebbe la nomina a cappellano nella Basilica di S.Lorenzo dove fu anche organista sino al gennaio 1532. Venne poi nominato organista in S.Giovanni e successivamente maestro di cappella in S.Giovanni Battista e alla Corte medicea, carica che conservò sino alla morte. Al tempo stesso fu maestro di cappella in S.Maria in Fiore. L'attività compositiva di Corteccia, a lungo sottovalutata e misconosciuta, si muove lungo tre direttive: quella di autore di musiche per gli intermedi fiorentini, di musica polifonica profana e di musica per uso liturgico o di ispirazione sacra. La maggior parte di quest'ultima produzione (da cui scaturisce la Passione ... ) manifesta la conoscenza e l'assimilazione di Arcadelt per la chiara distinzione delle varie sezioni, nel cui interno sono possibili spezzature del ritmo generale per l'uso dell'imitazione, che però non è mai pervadente. Per quanto concerne la Passio secundum Johannem (1527), venuta da pochi anni alla luce, ha momenti di grande bellezza, tanto negli interventi della turba, in cui la semplicità ritmica e l'omofonia creano un'atmosfera semplice e grandiosa, che nelle meditazioni, momenti di raccolta e profonda interiorità e infine nel mesto canto funebre finale, che realizza musicalmente la desolazione e il senso di morte che pervade il popolo. Essa rivela una sicura padronanza dei procedimenti compositivi in Corteccia, che giustifica appieno il ruolo importantissimo da lui ricoperto nella vita musicale fiorentina
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