JOSQUIN
DESPREZ
MISSA HERCULES DUX FERRARIAE, MOTTETTI
IN COLLABORAZIONE CON IL MAESTRO WALTER TESTOLIN E GAMBE DI
LEGNO CONSORT
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Josquin a Ferrara

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L'arrivo
di Josquin a Ferrara fu il compimento di un lavoro di
awicinamento tra la corte e il musicista durato diversi
anni: da tempo Ercole D'Este tentava di avere un grande
nome alla guida della cappella di corte, come dimostrano
i tentativi fatti nel corso di una visita a Luigi XI1
a Milano per avere Gaspar van Weerbecke, attivo da tempo
in quella citta'. Poi da emissari mandati dal duca in
Francia col compito di reclutare cantori cominciano ad
arrivare notizie sul piu' prestigioso dei musicisti: Josquin
Desprez. Nel dicembre del 1501 Bartolomeo De' Cavalieri
scrive di aver incontrato " uno cantadore che vostra
excellentia haveva mandato in Fiandra per haver de li
cantori chiamato Joschin", il che fa pensare che Josquin
fosse stato gia' in qualche tipo di rapporto con la casa
d'Este, se non addirittura al servizio di Ercole in anni
precedenti.
Dall'anno successivo iniziano poi
a giungere le lettere di altri due emissari del duca in
Francia, Gian de Artiganova e Girolamo da Sestola detto
"il Coglia". Nel 1502 il loro lavoro di reclutamento di
cantori per la cappella del duca estense comincia ad avere
un certo successo, come testimoniano alcune lettere datate
agosto di quell'anno nelle quali si parla di alcuni "novi
chantori" cosi bravi che "lo o gia paura de inspirfarme
a oldire chantare quisti chantori" come scrive il Coglia,
che chiude poi con la famosa indicazione "Signore
mio, lo credo che'l non sia Signore ni re che abia adeso
la miore chapela di vostra signoria se vostra signora
manda per loschino, [...I et abiendo loschino in la
nostra chapela voio poi fare una corona a la dita nostra
chapela..." indicando
come sotto la guida di Josquin non solo la cappella ferrarese,
gia' famosa all'epoca, |
sarebbe stata innalzata al di sopra di
tutte le altre, ma il duca stesso avrebbe avuto la dignita'
di principe o re. Nel frattempo Gian de Artiganova si era procurato
la disponibilita di lsaac e lo proponeva al duca con una lettera
del settembre di quell'anno il cui passo piu' conosciuto recita:
"A me lsaac pare molto apto a servir la S. V. molto, piu'
che Josquin, perche' e' de meglior natura fra li compagni, e
fara' piu spesso cose nove; vero e' che Josquin compone meglio,
ma fa quando li piace, non quando I'homo vole; e domanda CC
ducati de provisione, e lsaac stara' per CXX, si che la S. V.
facia quello li piace". La vicenda si concluse infine a
favore di Coglia. A fine aprile del 1503, Josquin giunse a Ferrara
e venne nominato maestro di cappella, ruolo che ricopri' per
un anno, con lo stipendio di 200 ducati, confermando cosi le
indiscrezioni di Gian. Della presenza del maestro presso la
corte estense a noi rimangono scarsissime notizie e poche, straordinarie
composizioni.
La
Missa Hercules dux Ferrariae
La controversia tra studiosi sull'anno o almeno sul periodo
in cui Josquin compose la Missa Hercules Dux Ferrarie e' aperta
praticamente da sempre. Una certa "arcaicita'" dello stile
farebbe pensare che l'epoca della composizione vada fatta
risalire a prima dell'inizio del XVI secolo; purtroppo nessuna
delle fonti manoscritte contenenti la messa pervenuteci (MSS
Bruxelles 91 26, Jena 3, Vienna 4809 della corte di Habsburg-
Borgogna, MSS Gaffurio 2267 del Duomo di Milano e uno dei
MSS Spataro di S. Petronio a Bologna), e' databile prima del
giugno 1505, quando cioe' la messa venne stampata da Petrucci
nel suo Missarum Josquin Liber Secundus. Alcuni studiosi tendono
a far risalire la composizione agli anni Settanta o Ottanta
del XV secolo, quando Josquin, al seguito del cardinale Ascanio
Sforza, potrebbe essere stato ospite della corte ferrarese.
L'analisi dell'opera, caratterizzata da uno stile florido
e da un rapporto tra parola e musica molto funzionale e assimilabile
a quello della maturita' del Maestro, porta pero' a datare
in un periodo piu tardo la composizione; il continuo proporsi
della formula soli-tutti fa pensare alla disponibilita di
una cappella molto numerosa in modo da vedere evidenziata
al massimo questa soluzione sonora. Diventa allora quasi spontaneo
accostare ulteriormente quest'opera alla corte ferrarese,
che disponeva, nel periodo in cui Josquin vi opero', di una
cappella composta da una trentina di cantori, senza contare
le voci bianche, non riportate nei libri - paga e da numerosi
"sonadori" la partecipazione dei quali all'esecuzione non
si puo' escludere a priori visto il carattere particolarmente
celebrativo della messa. E' questo, oltre ovviamente all'indicazione
dedicatoria del titolo, a far ritenere che proprio a quell'anno
che Josquin trascorse a Ferrara come "cantore" o ad una delle
ultime visite a Ferrara al seguito del Cardinale Ascanio alla
fine del XV secolo si debba far risalire la composizione dell'opera.
La messa e' costruita intorno a quello che Zarlino defini
nel 1558 "soggefto cavato dalle parole", l'uso cioe di sostituire
con note aventi le stesse vocali, le sillabe di alcune parole,
nel caso in questione nome, titolo e provenienza del dedicatario:

Il materiale tematico determina innanzitutto l'impianto modale
della messa, ancorato al primo modo; una sola volta il tema
appare citato come materiale melodico, all'inizio del Gloria,
quando il superius e I'altus intonando le note "re fa mi re"
(Ferrarie) in corrispondenza della frase "Et in terra pax"
sembrano indicare la volonta' del compositore (o del duca)
di individuare la citta' estense come luogo cui inviare la
pace. Il tema di otto note viene presentato sempre in tre
altezze diverse, ognuna preceduta da otto misure di pausa:
nel tono originale, poi alla quinta e infine all'ottava superiori.
Questo schema si ripete anche quando, nell' "Et in Spiritum"
del Credo e nel primo Agnus Dei, il tenor viene presentato
nella forma retrograda; in questi casi anche i tre nuclei
tematici vengono invertiti, partendo dall'esposizione all'ottava
piu alta e giungendo, attraverso quella alla quarta inferiore,
fino all'esposizione sul tono di origine. Cio' fa pensare
che Josquin avesse in mente un unico tema tripartito per un
totale di ventiquattro note. Un primo approccio dal punto
di vista simbolico fa subito notare che, in questo modo, l'intera
sequenza tematica si presenta dodici volte nell' arco della
composizione, richiamando cosi' alla mente le dodici fatiche
di Ercole, eponimo mitico eroe greco al quale il duca viene
paragonato e personaggio intorno al quale fioriva in quegli
anni a Ferrara una notevole letteratura, tendente ad attribuirgli,
per mezzo di complessi legami di parentela attraverso i secoli,
I'origine della casata estense. Nonostante I'estremo rigore
strutturale, la composizione si sviluppa e si dipana con grande
liberta' di inventiva, rafforzando man mano quelli che sono
da considerarsi i cardini dello stile del maestro piccardo
nella stesura dell'ordinarium, dallo schema ternariobinario-ternario
del Kyrie alla sillabicita' di Gloria e Credo, da una certa,
per cosi' dire, "visionarieta mistica" del Sanctus alla serena,
ma drammatica, umanita' dell'Agnus Dei. Le aderenze tra testo
e musica appaiono sempre con forti valenze simboliche, soprattutto,
come spesso accade nelle opere di Josquin, per sottolineare
la presenza trinitaria: cosi' e' il canone all'unisono su
"Et in unum Dominum Jesu Christum" e quello alla quinta in
"Genitum, non factum, consubstantialem Patri" che descrive
l'ugualianza nella diversita' delle prime due persone trinitarie
all'interno del Credo e cosi' come nel Gloria l'aspetto trinitario
era stato messo in luce dal ritmo ternario col quale l'altus
aveva enunciato la frase 'Cum Sancto Spiritu'. Dal punto di
vista interpretativo, non poche perplessita' suscitava la
realizzazione del secondo Agnus Dei suggerita dalla prima
edizione a stampa di Petrucci del 1505.
Infatti questa realizzazione del canone, peraltro seguita
anche da Albert Smijers nella sua storica trascrizione edita
nel 1937 e da alcune versioni discografiche, sembra non tener
conto di un fattore: nella messa appaiono tre sezioni tripartite,
ovvero, iI "Kyrie-Christe-Kyrie", il "Benedictus-Qui venit-In
nomine Domini" e appunto i tre Agnus Dei. Ora, tanto nel Kyrie
quanto nel Benedictus la successione delle cadenze finali
e Re, La, Re, mentre nella pubblicazione di Petrucci l'Agnus
figura con finali in Re per la prima e la terza parte, ma
con un finale in Do nella seconda, che sembra aver poco a
che spartire col resto della composizione: si e' pertanto
deciso di seguire la via gia' a suo tempo indicata dal musicologo
Willem Elders, realizzando il tema con un canone rispettivamente
all'ottava, e alla quarta inferiori da parte del basso e del
tenore, in modo da mantenere inalterato lo schema cadenzale
Re, La, Re anche nell'Agnus Dei. Un fattore fortemente rilevante
e' poi lo stabilire con che testo venisse cantato il "tenor",
considerando che in talune circostanze esso potesse venire
eseguito da strumenti: Albert Smijers nella edizione sopra
citata attribui' al tenor il testo concomitante con quello
che via via veniva eseguito dalle altre voci; in alcune incisioni
discografiche si e' tenuto conto del testo dell'Ordinarium
solo dove indicato nella versione a stampa di Petrucci, alternandolo
con il testo "Hercules Dux Ferrarie"; in altri casi si e'
raccomandato, come ha fatto Willem Elders, di eseguire le
note chiamandole col loro nome, come accade con altre due
opere josquiniane, Illibata Dei virgo nutrix e Ut Phoebi radiis.
In tutte queste soluzioni pare non si tenga conto di un altro
fattore: esistono diverse fonti manoscritte della messa che
la nominano "Philippus Rex Castilice" (MS Bruxelles 91 26)
o "Fridericus Dux Saxsonice", rendendo in questo modo omaggio
ad altri regnanti; in questo caso se il tenor avesse cantato
il testo dell'Ordinarium o le sillabe della solmisazione,
come si sarebbe realizzata la dedica musicale al destinatario
e come la si sarebbe distinta dall'originale ferrarese? L'unica
ipotesi plausibile e' che il tenor cantasse effettivamente
per tutta I'opera il nome e il titolo "Hercules Dux Ferrarie";
solo in questo modo la successiva sostituzione con nomi e
titoli dei nuovi dadicatari avrebbe avuto I'effetto desiderato.
Walter Testolin (dal libretto del CD "JOSQUIN - Missa Hercules
dux Ferrariae, Miserere mei Deus, Mottetti" - De Labyrintho)
Programma del concerto:
Missa "Hercules dux Ferrariae"
Kyrie
Gloria
Credo
Sanctus - Benedictus
Agnus Dei
Mottetti
De profundis
Salve Regina a 4v
Veni Sancte Spiritus
Organico dell'Officium Consort (Davide De Lucia, direttore
del coro):
Cantus: Alessandro Carmignani, Paolo Costa, Matteo Pigato,
Marco Rinaldi
Altus: Claudio Zinutti, Gianclaudio
Martin, Moreno Siega Brussatin, Marco Della putta, Gianluca
Ferrarini
Tenor: Sandro Giusti, Stefano Giusti, Alessandro Drigo, Carlo
Roni, Pietro Santoro, Pio Francesco Pradolin, Marco Scavazza
Bassus: Marco Casonato, Francesco Del Bianco, Enrico Basello,
Pierluigi Manzoni, Fabio Zaccarin, Davide Benetti
Soli: Alessandro Carmignani, Paolo Costa, Gianluca Ferrarini,
Marco Scavazza, Davide Benetti
Maestro di Concerto: Walter Testolin
Walter Testolin dopo il diploma presso il Conservatorio di
Vicenza, ha iniziato l’attività professionale dedicandosi
allo studio dei repertori rinascimentale e barocco. Vanta
collaborazioni come cantante con alcuni dei più noti specialisti
del repertorio sei-settecentesco (S. Kuijken, A. Curtis, A.
Lawrence-King, D. Fasolis, B. Kuijken, M. Radulescu, O. Dantone,
F. Bonizzoni). Si dedica anche al repertorio contemporaneo
partecipando a numerose Prime di opere sia teatrali sia cameristiche.
Ha collaborato in veste di direttore di coro per la prima
mondiale del “Mosé” di Michael Nyman (Roma 2001). È stato
invitato nell'ottobre 2008 a dirigere la Messa per 6 voci
e 3 bayan che il Laboratorio per la Musica Contemporanea nella
Liturgia di Milano ha commissionato a cinque rappresentativi
compositori europei. Notevole la sua produzione discografica,
composta d'oltre cento titoli, tra i quali spicca l'integrale
dei Madrigali di Claudio Monteverdi e la partecipazione all'integrale
delle musiche di Heinrich Schütz, oltre a numerose registrazioni
per molte delle più importanti emittenti radio-televisive
europee. Nel 2007 ha collaborato con l'ensemble fiammingo
La Petite Bande diretto da Sigiswald Kuijken, prendendo parte
alla tournée e alla registrazione discografica del monteverdiano
Vespro della Beata Vergine. Studioso appassionato dell'opera
di Josquin Desprez, di cui è considerato uno dei più attenti
e significativi esecutori in assoluto, il suo nome è indissolubilmente
legato a De labyrintho, ensemble vocale da lui fondato che
sotto la sua direzione si è segnalato come uno tra i principali
esecutori europei di musica rinascimentale. Tiene corsi, conferenze
e Master class presso prestigiose istituzioni italiane ed
estere e collabora, in qualità di consulente del direttore
editoriale, alla “New Josquin Edition”, nuova edizione critica
delle musiche di Josquin Desprez, edita dal Reale Istituto
Olandese di Studi Musicali. È autore di uno studio, presentato
durante il Festival - Symposium "Josquin & the Sublime" svoltosi
a Middelburg presso la Roosvelt Academy dell'Università di
Utrecht, che riconosce in Josquin Desprez il soggetto del
quadro "Ritratto di Musico" di Leonardo da Vinci, conservato
nella Pinacoteca Ambrosiana di Milano, articolo la cui versione
definitiva verrà pubblicata sulla Rivista Italiana di Musicologia.
Gambe di Legno Consort
Paolo
Zuccheri, Francesco Galligioni, Carlo Zanardi: tre musicisti
giovani ma molto attivi. E già cresciuti con parecchie esperienze:
gruppi ed orchestre barocche, di fama certa… Anche avevano
inciso per case discografiche, le più importanti… Ecco che
i Tre si incontrano, andava l’anno 2001, per certe misteriose
somiglianze. Come i Tre Magi, giunti da vie diverse, si riconoscono
d’affinità elettive: a far musica insieme. Gambe di Legno
Consort, un gruppo strumentale per la Viola da Gamba. Si sa
ch’è nata dalla Viella antica ed è capace di fascini segreti;
spazia in un repertorio molto vasto. Suonato tra le gambe
o appoggiato sul grembo, ci dona anche la musica “da casa”,
quasi diremmo da “camera interiore”, da notte quieta fonda
nelle stelle. Come cercasse musicisti degni: mordenti e dolci
nello stesso tempo, alla maniera di quel registro d’Organo,
chiamato appunto “Viola da Gamba”. Ed ecco i Nostri con questo
dono davvero “familiare”, come diceva Bach. Giovanni Costantini,
Sacerdote Cattolico, nato nel 36 del 1900. Da sempre insegna
Lettere a Vicenza, nel grande Seminario Diocesano. Fin dalle
elementari, compone solo Versi. Ogni giorno, se può. Tenta,
se cavi dalla Teologia la Poesia che l’abita. Scrive per dare
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo, la TriUnità
di Dio. Anche lo fa come riparazione per i molti poeti, che
si slinguano, dentro le lande della dissomiglianza. L’unico
Critico parla di un casto afrore, che mai si piega in sé di
compiacenza. E di un’austerità di locuste e di peli di cammello.
E di parole incise a viva forza, scalpellate all’assira: cuneiformi.
Dei suoi quaranta libri, alcuni titoli. Che non si trovano,
causa Editrici piccole e coraggiose, e limitato numero di
copie. Chissà.
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