I
nostri Compact Disc
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"Passione
di Christo secondo Giovanni"
di Francesco Corteccia
Pubblicato
da "La
Bottega Discantica"
Via Nirone, 5
20123 Milano
BD 214
Presentazione
UNA
PASSIONE IMMERSA NELLA STORIA
La cronaca della passione e morte di Cristo risale certamente
al nucleo originario della liturgia paleocristiana; è lecito
addirittura supporre che l'uso cultuale di tale narrazione ne
abbia preceduto la redazione scritta. È noto come già negli
Evangelari del IX secolo compaiano, sovrapposte al testo sacro,
le cosiddette litterae significativae, ad indicare l'altezza
del tono di declamazione, le pause e, approssimativamente, l'agogica
e la dinamica, anche se l'intonazione avveniva ad opera di un
solo liturgo. Dal XIII secolo è accertata la distribuzione della
recitazione intonata tra più cantori, probabilmente un'innovazione
ad opera dei Domenicani. La tripartizione è la soluzione più
diffusa: il ruolo di Cristo è affidato a un basso, quello dell'Evangelista
a un tenore e quello degli altri soliloquentes e delle turbae
a un contratenore. Abbastanza elementare a questo punto il passo
verso la successiva rappresentazione gestuale e drammatica,
ovvero verso il cosiddetto "dramma liturgico", con lo svincolamento
dall'Uffizio ecclesiastico all'interno dell'edificio sacro in
favore di una performance sul sagrato, ad edificazione dell'intera
città. Nel XIV secolo le turbae, ovvero le parti spettanti ai
giudei e ai soldati, vengono già talora assegnate a un coro,
ma in forma monodica. La Passione polifonica più antica a noi
nota è quella inglese del manoscritto Egerton 3307 (British
Museum), di poco precedente la metà del XV secolo, in stile
discantico inglese a tre voci, seguita poco dopo dal bavarese
Cantorinus di Füssen, una sorta di primitiva forma di falso
bordone. Sarà solo in un manoscritto modenese redatto intorno
al 1480 (Bibl. Estense M. 1.12) che la Passione inizierà a contraddistinguersi
e a smarcarsi stilisticamente, raggiungendo un primo livello
di compiutezza formale attraverso la varietà di scrittura, con
l'alternanza di falso bordone, di omotonia e di tecnica imitativa.
Siamo giunti alle soglie dei tempi che ci interessano: il Cinquecento
italiano vedrà la diffusione della Passione responsoriale, resa
generalmente attraverso una moderata e progressiva adozione
delle tecniche mottettistiche franco-fiamminghe. E la prima
Passione cinquecentesca italiana che ci risulti a tutt'oggi
pervenutaci è la Passio secundum Johannem, opera prima del fiorentino
Francesco Corteccia (Firenze, 27 luglio 1502 - ivi, 7 giugno
1571) composta nell'autunno del 1527.
Erano tempi davvero tormentati, in Italia e in Europa: il 6
maggio di quell'anno i mercenari imperiali al servizio di Carlo
V d'Asburgo vinsero le difese di Roma e iniziarono i drammatici
sette giorni del sacco dell'Urbe. Per quasi un anno la città
fu occupata e papa Clemente VII de' Medici rimase assediato
in Castel S. Angelo, e se nell'Europa cattolica prevalse lo
sgomento, nei paesi dove si stava diffondendo rapidamente il
credo riformato luterano l'avvenimento venne interpretato come
segno della punizione divina abbattutasi sulla corrotta sede
papale. Firenze, retta dai Medici, viveva nell'incubo di dover
condividere le sorti del papa Medici romano: si ribellò all'autorità
e venne instaurata una temporanea repubblica, mentre la pestilenza
falcidiava la città. Altrove le cose non andavano molto meglio:
gli ottomani stavano risalendo il Danubio e attaccando il cuore
d'Europa. Nel 1526 il re di Boemia e Ungheria Luigi II Jagellone
venne sconfitto nella battaglia di Mohacs e morì in combattimento,
e di lì a poco, nel 1529, sarà Vienna a dover resistere all'assedio
dei "turchi". Il 22 giugno del 1527 moriva a Firenze Niccolò
Machiavelli, e con lui apparvero disanimate le sue pragmatiche
progettualità. Francesco Guicciardini, già consigliere di Clemente
VII, dopo i fatti di Roma cadde in disgrazia anche nella sua
Firenze, in odor di collusione coi Medici, e fu costretto a
ritirarsi progressivamente dalla politica attiva. Dovette sembrare
ai più un anno fatale: i sinistri pronostici di astrologi e
maghi che si erano diffusi in tutta Europa anche grazie alla
recente arte tipografica sembravano avverarsi.
Proprio il 22 ottobre di quel nefasto 1527, il fiorentino Francesco
Corteccia, allievo di Bernardo Pisano e di Mattia Rampollini
per la composizione, e di Bartolomeo degl'Organi per l'organo,
veniva nominato Cappellano nella Chiesa et Oratorio di S. Giovanni
Battista, un semestre dopo aver ricevuto gli ordini sacerdotali.
Come afferma Mario Fabbri, il moderno riscopritore del Corteccia,
in relazione al contesto storico "è assai significativo che
il maestro fiorentino, appena venticinquenne, abbia iniziato
la propria attività di composizione con l'accostarsi a un testo
sacro di aperta drammaticità e di costante invito alla meditazione
più intima (qual'è quello tratto dal Vangelo giovannéo), riuscendo
a mettere in chiaro risalto le giustificazioni di una scelta
ben precisa, forse inconscia ma non per questo meno determinante...".
Al giovane compositore e sacerdote dovette sembrare giunta l'ora
di una renovatio fidei, premessa essenziale ad una renovatio
ecclesiae la cui necessità, non molto tempo prima, era stata
proclamata dal Savonarola proprio nei rioni di quella Firenze
corrotta, avida e facinorosa che persisteva a imporre al soglio
pontificio i propri maggiorenti. Si percepiva l'urgenza di un
rinnovamento che inseguirà affannosamente qualche concretizzazione
di lì a poco nel Concilium Tridentinum. La scelta di mettere
in musica la Passione di Giovanni dovette rappresentare per
il Corteccia, secondo le parole di Marco Della Sciucca, uno
strumento di redenzione. E non si tratta dell'unica opera musicale
del 1527 correlabile agli eventi coevi: a Roma Costanzo Festa,
con il mottetto Deus venerunt gentes, fa riferimento diretto
al saccheggio della città, e Philippe Verdelot combina, anch'egli
in alcuni mottetti composti tra il '27 e il '28, la celebrazione
della figura del Savonarola con un'implorazione per scongiurare
la peste in Firenze.
Francesco Corteccia, secondogenito di Bartolomea e di Bernardo,
donzello della Signoria, aveva avuto l'opportunità di compiere
seri studi umanistici presso il Collegio Eugeniano e di avere
quale proprio primo precettore in campo musicale il già citato
Bernardo Pisano, maestro di cappella in S. Giovanni Battista
e in S. Maria del Fiore, autore esperto nel campo sacro come
in quello profano. In una annotazione di proprio pugno, nel
1559, Corteccia assegnava a un tal Ser Giovanpiero di Niccolò
una bottina piccola di vino rosato per haver fatta bella copia
in folio mezzano della Passio secundum Joannem à quatro voci,
[...] che fecci [...] nel 1527 in Sancto Battista nel modo del
Pisanello mio primo maestro di scrivere, e saper Musica. È l'inizio
di una predilezione per i testi sacri destinati alla liturgia
prepasquale: oltre alla Passio secundum Johannem, infatti, Corteccia
compose una Passio secundum Matthæum, le Lamentazioni di Geremia
, tre versioni del Salmo 50 di David, il Cantico di Zaccaria
e gli Improperia, tutti brani previsti nei cerimoniali della
Settimana Santa.
Sbaglieremmo, però, se pensassimo a un autore dedito solo alla
composizione nel genere sacro, anche se è probabilmente in esso
che raggiunse gli esiti più elevati. Corteccia, infatti, dal
1540 in poi assunse il doppio incarico di Maestro di cappella
nella Cattedrale fiorentina, S. Maria del Fiore, e presso la
corte medicea. Tra le sue composizioni, le prime ad essere scoperte
e apprezzate furono proprio quelle destinate ai festeggiamenti
e alle nozze di membri della famiglia Medici: intermedii celebrativi,
madrigali e musiche con funzioni coreografiche. Fu Mario Fabbri
a proporre, negli anni '60 del secolo scorso, la riscoperta
e la valorizzazione delle sue opere ad uso liturgico o comunque
di ispirazione sacra, a cominciare proprio da questa Passione.
In vita, Corteccia godette della massima considerazione professionale.
Ebbe occasione di curare e dirigere la parte musicale in occasione
delle esequie di Michelangelo Buonarroti, il 14 luglio del 1564
in S. Lorenzo, dove era stato eletto, ancora nel '50, canonico
sopranumerario. E fu questo indubbiamente un attestato di alta
stima, in quanto la compagine dei canonici laurenziani è tuttora
a numero chiuso e Corteccia venne in essa accolto prima che
la morte o la rinuncia di un membro creasse la condizione ordinaria
per una sua nomina.
Abbiamo già visto che la Passione secondo Giovanni fu composta
nel modo del Pisanello, ovvero secondo lo stile severo del proprio
maestro, largamente omoritmico e scevro da complicazioni e fioriture
contrappuntistiche. La semplicità ritmica e l'omofonia contribuiscono
a creare un'atmosfera solenne e compunta che trova nelle "meditazioni"
numerosi momenti di penetrante contemplazione e di composta
interiorità. Del resto è ben comprensibile che, per la sua opera
prima, il giovane musicista abbia attinto all'austera scrittura
musicale acquisita fin dal primo apprendistato, un modo che
si prestava tanto alla funzione cultuale e sociale del soggetto
scelto, quanto a una caratterizzazione penitenziale, a una sorta
di ridefinizione superiore del patto ecclesiale tra uomo e Dio,
indotta dal drammatico contesto storico.
Le Turbarum voces (le frasi della folle ostile a Cristo) sono
assegnate a un quartetto virile, e sempre in polifonia a quattro
voci pari sono trattati l'Exordium introduttivo e l'Evangelium,
ovvero l'ampia sezione finale in cui è narrata la deposizione
e la sepoltura del Salvatore, non frequentemente compresa nelle
Passioni. Il diapason 415, scelto per l'incisione, è idoneo
alle caratteristiche dell'ensemble vocale, ed è conforme alla
pragmatica variabilità d'intonazione attestata in epoca rinascimentale.
L'assetto formale, secondo il modulo tipico delle prime Passioni
rinascimentali, affida a una voce recitante gli interventi dei
solisti, ovvero del Chronista (il narratore evangelico), di
Cristo, Pietro, Pilato e degli accusatori secondari di Gesù.
A Firenze - afferma Mario Fabbri - in quest'epoca antecedente
la Controriforma "la recitazione avveniva anche fuori del servizio
liturgico vero e proprio, e quindi al di fuori delle chiese,
dal momento che, per elevatione dell'anima le superstiti Compagníe
delle Laude favorivano durante il periodo pasquale la narratione
divota delle Passioni, col testo sacro tradotto fedelmente in
Lingua Fiorentina (affinché la comprensione del popolo fosse
esatta e immediata), per mantenere la lingua latina solo ne'
punti dati alla Musica ". La declamazione avveniva evidentemente
in prosa parlata e non secondo le tradizionali tre corde di
recita liturgiche gregoriane, ed era invalso l'uso di interrompere
la cronaca in alcuni punti per inserire brani cantati - laude
o responsori correlati alla narrazione - con testi estranei
a quelli evangelici delle Passioni, ma ispirati al dolore di
Cristo, sotto forma di devote meditazioni.
L'Exordium, le Turbarum voces e l'Evangelium sono stati recuperati
da Mario Fabbri in un manoscritto cinquecentesco conservato
nell'Archivio dell'Opera di S. Maria del Fiore di Firenze, mentre
le sette Meditazioni sono tratte dai Responsoria omnia per la
settimana santa, sempre del Corteccia. I testi declamati dall'Historicus
in "lingua Thoscana" provengono dalla traduzione biblica del
predicatore della provincia Romana Santi Marmochino, in un'edizione
veneziana del 1546. L'esito complessivo è drammatico e colorito,
atto a suscitare forte impressione nel popolo che assisteva
alle performance delle Compagníe delle Laude, e finalizzato
a ravvivare la devozione cittadina.
L'impressione visuale della partitura, cui corrisponde l'effetto
all'ascolto, è imperniata sulla "verticalità" della scrittura:
un andamento delle voci più affine a quello dei coevi canti
di carattere popolaresco che all'esperienza polifonica di tradizione
fiamminga. Tramite questo assetto vocale riesce ad emergere
la precoce sensibilità armonica di Francesco Corteccia, capace
di assemblare consonanze e dissonanze in successioni talvolta
piuttosto ardite che trovano realizzazione nelle aforistiche
e spesso veementi miniature drammatiche delle Turbarum voces.
Tutt'altro carattere possiedono molte delle Meditazioni e soprattutto
lo straordinario Evangelium conclusivo, nel quale l'incedere
di carattere processionale, doloroso e soffusamente scandito
dalle voci compunte, riesce a effigiare con profondità di accenti
il senso di una preghiera corale, di una sofferta redenzione
collettiva, di una contrizione ravveduta dell'anima popolare
di fronte a Dio e alla storia.
Proprio in queste pagine si intuisce l'atteggiamento umanissimo
e umanistico di Francesco Corteccia, la sua propensione per
un equilibrio delicato tra l'adesione "simpatica" alla devozione
popolare e la perizia tecnica ed artistica, tra lo specchio
della storia e il ricorso ad una salvifica renovatio fidei.
Il cammino verso le esperienze musicali successive, quelle -
per intendersi - di Palestrina, di Tomás Luis de Victoria, di
Orlando di Lasso, sarà parzialmente condizionato dalla normativa
tridentina, ma l'orma di quel passo è qui già visibile. La si
scorge nel palpitante, fervido e insieme mite, dolce senso di
umanità, di pietas che è sparso a piene mani in questa Passione
non strettamente liturgica e perciò così potentemente descrittiva
di una vita religiosa corrente e pulsante nella normalità della
vita cittadina, non rigidamente ingessata nella pompa cerimoniale.
La purezza del messaggio e la sua tutt'altro che ingenua semplicità
rendono la misura della sincerità di un'ispirazione giovane
ma provata, di un linguaggio compositivo ereditato ma interiorizzato
e rivissuto, ricreato e ricomposto nel segno di una auspicata
e ciclicamente nuova comunione tra arte e fede.
Umberto Berti
Programma
della registrazione:
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cCD 1 |
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| 1. - Vexilla regis prodeunt |
Inno Gregoriano |
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| 2. - Exordium |
Francesco Corteccia |
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| 3. - Passione di Christo secondo Giovanni
- Parte Prima |
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| 4. - Meditazione Prima - Ecce vidimus eum |
Francesco Corteccia |
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| 5. - Passione di Christo secondo Giovanni
- Parte Seconda |
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| 6. - Meditazione Seconda - Omnes amici
mei |
Francesco Corteccia |
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| 7. - Passione di Christo secondo Giovanni
- Parte Terza |
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| 8. - Meditazione Terza - Tristis est anima
mea |
Francesco Corteccia |
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| 9. - Passione di Christo secondo Giovanni
- Parte Quarta |
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| 10. - Meditazione Quarta - Vinea mea electa |
Francesco Corteccia |
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| 11. - Passione di Christo secondo Giovanni
- Parte Quinta |
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| 12. - Meditazione Quinta - Caligaverunt
oculi mei |
Francesco Corteccia |
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| 13. - Passione di Christo secondo Giovanni
- Parte Sesta |
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| 14. - Meditazione Sesta - Diviserunt sibi |
Francesco Corteccia |
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| 15. - Passione di Christo secondo Giovanni
- Parte Settima |
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| 16. - Meditazione Settima - Tenebrae factae
sunt |
Francesco Corteccia |
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| 17. - Passione di Christo secondo Giovanni
- Parte Ottava |
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| 18. - Evangelium |
Francesco Corteccia |
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| 19. - Crux fidelis |
Inno Gregoriano |
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ORGANICO
DELL' OFFICIUM CONSORT:
Renato Grotto, Gianclaudio Martin, Nicolò Pasello, Moreno
Siega Brussatin, Claudio Zinutti, Marco Della Putta, Sandro
Giusti, Stefano Giusti,
Michele Morassut, Alessandro Drigo, Pio Francesco Pradolin,
Carlo Roni, Pietro Santoro, Marco Casonato, Francesco Del Bianco,
Pierluigi
Manzoni, Walter Testolin,
Fabio Zaccarin
Solisti: Raffaele Giordani (cantus), Gian Paolo Fagotto (altus),
Marco Scavazza (tenor), Walter Testolin (bassus)
Danilo Zeni: direttore del coro
Gian Paolo Fagotto: direttore di produzione
Luogo di registrazione:
Antica Pieve d'Asio - maggio/ottobre 2009
Editing & Mastering: ing. Matteo Costa (Padova)
Introduzione libretto CD: prof. Umberto Berti
Iniziativa realizzata con il sostegno di:
Provincia di Pordenone
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"Adoramus te, Domine Jesu Christe"
La Settimana Santa e la Pasqua nel canto antico
Pubblicato
da "La
Bottega Discantica"
Via Nirone, 5
20123 Milano
BD 189
Presentazione
Negli
ultimi due anni (1562-63) del Concilium Tridentinum i padri
conciliari affrontarono i problemi inerenti il rapporto tra
musica e liturgia. È certo che l'idea di bandire la polifonia
negli usi ecclesiastici fu posta in discussione. Poi si convenne
di non deliberare dettagliatamente su aspetti tecnico-musicali,
ma di emanare una normativa generale, interpretabile con maggior
elasticità, anche in rapporto alle tradizioni locali:
Tutto deve essere regolato in modo tale che, sia che le messe
si celebrino parlando sia cantando, ogni cosa, chiaramente e
opportunamente pronunciata, scenda dolcemente nelle orecchie
e nei cuori degli uditori. Quanto alle cose che si voglia trattare
con musica polifonica o con l'organo, nulla vi deve essere di
profano in esse [...]. In ogni modo, tutta questa maniera di
salmodiare in musica non deve essere composta per un vacuo diletto
delle orecchie, ma in modo tale che le parole siano percepite
da tutti [...]. Si espellano dalla chiesa quelle musiche nelle
quali, sia tramite l'organo sia tramite il canto, si mescoli
alcunché di lascivo e d'impuro.
In sostanza si dispone l'eliminazione dei tenor e dei modelli
parodici profani e si raccomanda una totale intelligibilità
del testo cantato, indirizzando verso una maggior severità del
costume musicale. La seconda metà del '500 fu indubbiamente
un'epoca difficile per i compositori di musica sacra: si chiese
loro di rinunciare agli aspetti più imponenti, spettacolari
e complessi del contrappunto in nome della "semplicità" e di
una "comunicazione" immediata ai fedeli: elementi che la Riforma
e il corale di Lutero avevano reso irrinunciabili.
Il perseguimento della "musica intelligibile" fu in realtà una
delle opzioni che vennero esercitate, ma l'effetto pratico delle
normative controriformistiche fu difforme di luogo in luogo,
relativamente limitato nel tempo e talvolta soggetto a interpretazioni
riduttive e compromissorie. Un espediente diffuso fu il frequente
ricorso all'alternanza nell'uso liturgico di sezioni polifoniche
con altre in "canto piano": una prassi già precedentemente avviata,
che però in questo contesto diviene formale attestazione di
ossequio alla normativa tridentina, consentendo nello stesso
tempo l'uso liturgicamente coerente di brani polifonici fioriti
collegati al canto piano.
La serie musicale proposta in questa produzione prende in considerazione
il percorso liturgico della settimana santa, realizzato con
citazioni del testo dell'ordinario, accostando appunto il canto
fermo alla polifonia. L'iter liturgico trova già una compiutezza
strutturale e drammaturgica nel monodico gregoriano, una finitezza
rispettata negli interventi rinascimentali, protesi ad amplificarla
nei codici comunicativi correnti e aggiornati tra il finire
del '500 e i primi anni del secolo successivo.
La funzione liturgica risulta dilatata dall'introduzione dei
brani polifonici, nei quali l'estetica melodica delle singole
voci tende, secondo i dettami conciliari, verso l'archetipo
considerato sacralmente superiore del "gregoriano"; ma l'espressione
rinascimentale del contrapunctus lo dimensiona ora verticalmente
come orizzontalmente.
Si assiste all'aggressione, all'invasione della dimensione verticale
rispetto a quella orizzontale. La struttura melodica ancora
di ascendenza medioevale risulta diluita, quasi annegata entro
una sensibilità espressiva accordale, non ancora in senso armonico
funzionale, ma con finalità timbrico-coloristiche: gli "accordi"
sono sovrapposizioni intendibili come chiaroscuri emozionali.
Emblematico il rapporto tra il responsorio Tenebrae factae sunt
(track 11) e la meditatio sul medesimo testo di Francesco Corteccia
(track 12): nel "gregoriano" l'apex espressivo, la tensione
collegati alla parola-chiave consistono nell'arricchimento melismatico,
nell'incremento di frequenza. La sottolineatura del senso verbale
diviene densità orizzontale e movimento ascendente, verso l'acuto,
risolvendo compiutamente nel melos ogni comunicazione. Nel brano
di Corteccia, pur nel grande rispetto della struttura melodica
tradizionale caldamente "consigliata" dal Concilio, i medesimi
soggetti sono conquistati dalla prospettiva verticale che modifica
radicalmente l'assetto espressivo. In sintesi: l'intensificazione
in profondità viene affiancata alla atemporalità del canto piano,
ed entrambe risultano funzionali alla tensione musicale costruita
per esprimere e trasmettere la tragicità delle tenebrae, l'oscurità
che avvolse la terra alla morte di Cristo.
Siamo qui di fronte a notevoli esempi di musica poetica, in
cui i versi determinano la sostanza della musica, realizzando
in definitiva un unicum inscindibile. La musica si aggiunge
e integra la poesia del testo sacro senza modificarne l'espressione
e quindi non può essere in alcun modo disaggregata dal contenuto
verbale da cui trae origine e ragione, e che perfeziona nella
sua comunicazione. E questo unicum si rivolge e "funziona" anche
nei confronti di chi non conosce affatto il latino, ma intende
benissimo quali siano gli "affetti" e il significato profondo
del testo proprio dal contesto liturgico e dalla performance
musicale.
Questo è il portato maggiore della controriforma e del "prebarocco":
proprio con queste esperienze compositive la retorica affina
la tecnica compositiva - non solo della musica corale - che
sarà dominata dalla Affektenlehre, cioè dalla necessità che
il testo-musica comunichi affetti precisi e inequivoci. Ne è
esempio perfetto la resa iconico-emozionale della pericope et
inclinato capite emisit spiritum, sempre nelle Tenebrae di Corteccia;
o l'incipit interno di frase Plorans ploravit in nocte nella
Lamentatio del Viadana.
L'ars oratoria modella tutta l'espressione musicale cinquecentesca,
intesa come capacità di muovere gli affetti attraverso l'eloquenza.
Viene proposto un legame di affinità tra poesia e musica, e
la scrittura polifonica aderente ai principi controriformistici
si rivela pervicacemente protesa a esaltare la carica espressiva
ed emozionale del verbum, a sottolinearne la pregnanza semantica
per mezzo di una profondissima, radicale coesione del suono
verbale e di quello musicale.
Come affermava il teorico rinascimentale Andreas Ornithoparcus,
"Accento ha grande affinità con Concento perché essi sono fratelli:
e Suono, a sua volta, è padre di entrambi perché uno attiene
alla Grammatica e l'altro alla Musica". In queste parole è contenuta
la relazione tra poesia e musica nel programma artistico di
fine '500: una apoteosi dell'aspetto declamatorio della musica,
attivato all'interno delle nuove dimensioni coloristiche e percettive,
in fase di veloce sviluppo sull'onda della crescente sensibilità
verticale, pre-armonica, della scrittura polivocale.
Veniamo a un cenno sui singoli autori, appartenenti al medesimo
alveo temporale, ma anche a realtà territoriali e a tradizioni
molteplici e differenziate.
Giovanni Matteo Asola (Verona, 1524 - Venezia, 1609)
fu allievo di Vincenzo Ruffo, uno dei massimi applicatori del
dettato conciliare in tema musicale, e condiscepolo di Ingegneri.
Maestro di cappella a Treviso, Vicenza, Verona, cappellano di
S. Severo a Venezia dove fu collega dello Zarlino, appartiene
all'indirizzo stilistico della scuola veneta per la vasta presenza
nella sua produzione di messe, mottetti, salmi a 2 e 3 cori
che s'inseriscono nel filone celebrativo e fastoso della liturgia
veneziana coeva. È autore anche di molte opere a 4 voci, elaborate
con una scrittura più essenziale e più aderente alla severa
tecnica contrappuntistica. Il mottetto devozionale Officium
maioris hebdomadae, edito nel 1595, si esprime nei termini di
una compunta e lineare polifonia programmaticamente priva di
complicazioni contrappuntistiche.
Costanzo Porta (Cremona, 1529 - Padova, 1601) fu allievo
del Willaert a Venezia, quindi maestro di cappella di S. Antonio
a Padova e al Duomo di Ravenna. Nell'arco della sua produzione
è rintracciabile l'evoluzione da uno stile severo di tradizione
fiamminga allo sfarzo policorale dello stile veneziano di fine
secolo. Godette di larga fama presso i contemporanei, tanto
che l'opera Hymnodia sacra totius per anni circulum (1602, post.),
da cui è tratto l'inno Vexilla Regis prodeunt appartenente ai
Vesperi della domenica delle Palme, reca nel frontespizio la
dicitura: musicorum omnium voto facile princeps. Negli inni
il canto gregoriano è utilizzato come materiale tematico, e
si alternano strofe elaborate e "figurate" al canto piano.
Lodovico da Viadana (Viadana, ~1560 - Gualtieri, 1627)
è un autore del quale ci sono giunte solo scarne e incerte notizie
biografiche; forse fu allievo proprio di Costanzo Porta. È assodato
che coprì l'incarico di maestro di cappella al Duomo di Mantova,
a Reggio Emilia, a Fano e a Concordia Sagittaria. Le sue Lamentationes
Hieremiae Prophetae, dagli accenti particolarmente accorati
e dalla scrittura contrappuntistica severa e moderata, risalgono
al 1609, all'epoca della sua permanenza concordiese. Senza dubbio
si tratta di uno dei compositori più sensibili ai nuovi dettami
estetici post-conciliari, in grado di congegnare disegni polivoci
nel contempo di estrema efficacia espressiva e di assoluta semplicità.
Tomás Luis de Victoria (Ávila, ~1548 - Madrid, 1611)
ebbe modo di effettuare un lungo soggiorno giovanile a Roma,
presso il gesuitico Collegium Germanicum (istituzione finalizzata
a combattere il protestantesimo fondata da Ignazio di Loyola),
una permanenza con ampie conseguenze nella sua formazione stilistica.
Il rientro in Spagna, dove lavorò presso la corte controriformista
di Filippo II, lo vide arroccarsi su posizioni intransigenti
e, per certi versi, conservatrici. L'Officium hebdomadae sanctae
(1585) costituisce un'opera "iberica" nel senso che deriva da
una revisione personale, condotta dopo il rientro in patria,
dei dettami acquisiti a Roma. Quest'opera ha occupato, nel mondo
musicale cattolico, un posto analogo a quello che nella chiesa
protestante occupano le Passioni di J. S. Bach, anche se si
differenzia da esse per la sua natura strettamente connessa
all'azione liturgica, incapace di una vita musicale autonoma
di carattere concertistico. Tutta la produzione del Victoria
possiede la medesima assoluta osservanza, la stessa ispirazione
sacrale totalizzante; vi si riconoscono tratti di alta visionarietà
religiosa e una contemplatività intrisa di misticismo, imbevuta
di quella gravità, di quell'attrazione verso l'oscuro che è
il derivato della esaltazione enfatica, condotta dalla controriforma,
del tema della morte.
Marc'Antonio Ingegneri (Verona, ~1547 - Cremona, 1592),
allievo di Vincenzo Ruffo e probabilmente di Cipriano de Rore,
fu maestro di cappella della cattedrale di Cremona. Nel 1582
ebbe come allievo il quindicenne Monteverdi che, nei primi libri
di madrigali, si dichiarò esplicitamente "suo discepolo". La
sua produzione sacra rivela ampie relazioni con la tradizione
veneziana, anche se vi si riscontra una sensibile moderazione
nell'adozione di formalismi di derivazione fiamminga a favore
di una chiara e lineare espressività melodica. le Lamentationes
Hieremiae (1588) appartengono alla sua produzione più matura.
Francesco Corteccia (Firenze, 1502 - ivi, 1571), fu maestro
di cappella alla corte medicea e in S. Maria del Fiore. Nei
suoi due libri di Responsoria Omnia (1570) accostò il vernacolo
fiorentino alle "meditazioni" in latino a commento del testo
scritturistico, operazione originale e divulgativa. L'alta drammaticità
raggiunta nei brani qui proposti deriva anche dalla costruzione
di una vera e propria tensione pre-armonica nel seguito delle
situazioni verticali adottate, una scelta che sembra rivelarsi
caratteristica delle sue ultime opere sacre. È in corso una
riscoperta e progressiva rivalorizzazione dell'intera produzione
di Corteccia (intermezzi teatrali, polifonia profana e composizioni
liturgiche), a lungo ingiustamente trascurata e misconosciuta.
Jacobus Gallus (Carniola, 1550 - Praga, 1591), nome latinizzato
di Jacob Petelin, compositore sloveno variamente noto nei paesi
in cui operò come Händl, Handelius, Kohoutek o con il soprannome
Carniolus, coprì il ruolo di maestro di cappella a Olomouc e
Praga, ma fu attivo in vari conventi austriaci, slesiani, moravi
e boemi. Nella sua produzione si percepisce l'influenza dei
modelli veneziani e della lezione di Cipriano De Rore e Orlando
Di Lasso. L'attività condotta in aree relativamente periferiche
rispetto al centro della cattolicità permise alla sua musica
di esprimersi in forme abbastanza refrattarie nei confronti
delle norme controriformistiche. Sono invece percepibili le
prime avvisaglie di una concezione funzionale dell'accordo:
nella sua musica convivono, in un mélange originale, gli antichi
modi ecclesiastici e la tendenza verso un nuovo senso tonale
che preannuncia l'evoluzione imminente. Il mottetto pasquale
Surrexit Christus et illuxit presenta insistenti effetti-eco
tra le voci e un finale di tradizionale impronta melismatica
alleluiatica.
Umberto Berti
Programma
della registrazione:
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cCD 1 |
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| |
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| IN EXALTATIONE SANCTAE CRUCIS |
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| 1. - Giovanni Matteo
Asola (1524 - 1609) |
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| 1.
- Adoramus te Domine Jesu Christe |
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| DOMINICA IN PALMIS DE PASSIONE DOMINI |
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| 2. - Hosanna filio David |
Antiphona |
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| 3. - Costanzo Porta
(1529 - 1601) |
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| 1.
- Vexilla regis prodeunt |
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| |
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| 4. - Pueri Haebreorum |
Antiphona |
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| FERIA V - IN COENA DOMINI |
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| 5. - Lodovico Grossi
da Viadana (~1560
- 1627) |
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| 4.
- Lamentatio Jeremiae Prophetae |
Lectio I |
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| 6. - Tomás
Luis de Victoria (~1548 - 1611) |
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| 4.
- Judas mercator |
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| |
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| 7. - Tomás
Luis de Victoria |
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| 1.
- Una hora |
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| FERIA VI - IN PARASCEVE |
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| 8. - Marc'Antonio
Ingegneri (~1547 - 1592) |
|
| 4.
- Lamentatio Jeremiae Prophetae |
Lectio I |
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|
| 9. - Prosternimus preces
|
Responsorium |
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| 10. - Francesco
Corteccia (1502 - 1571) |
|
| 4.
- Omnes amici mei |
|
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| 11. - Tenebrae factae
sunt |
Responsorium |
| 4.
|
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| 12. - Francesco
Corteccia |
|
| 4.
- Tenebrae factae sunt |
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| SABBATO SANCTO |
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| 13. - Tomás
Luis de Victoria |
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| 4.
- O vos omnes |
|
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| 14. - Sepulto Domino |
Responsorium |
| 4.
|
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| DOMINICA RESURRECTIONIS
|
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| 15.
- Resurrexi |
Introitus |
| |
|
| 16. - Victimae paschali
laudes |
Sequentia |
| |
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| 17 - Haec Dies, quam
fecit Domino |
Graduale |
| 4.
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|
| 18.
- Jacobus
Gallus (1550 - 591) |
|
| 4.
- Surrexit Christus et illuxit |
|
ORGANICO
DELL' OFFICIUM CONSORT:
Nicolò Pasello, Claudio Zinutti, Michele Da Ros, Marco
Della Putta, Sandro Giusti, Stefano Giusti, Alessandro Drigo,
Pio Francesco Pradolin,
Carlo Roni, Pietro Santoro, Sandro Bergamo, Marco Casonato,
Francesco Del Bianco, Massimo Piani
Danilo Zeni: direttore del coro
Gian Paolo Fagotto: direttore di produzione
Luogo di registrazione:
Antica Pieve d'Asio - ottobre/novembre 2006
Editing & Mastering: ing. Matteo Costa (Padova)
Introduzione libretto CD: prof. Umberto Berti
Traduzioni: Pauline Tacey
Iniziativa realizzata con il sostegno di:
Direzione centrale istruzione, cultura, sport e pace
Servizio attività culturali
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"Concordia Discors"
Echi gregoriani nella musica d'organo
Pubblicato da "La
Bottega Discantica"
Via Nirone, 5
20123 Milano
BD 158/159
 |
Si possono ascoltare alcuni estratti dal Compact Disc,
su gentile concessione di "La Bottega Discantica"
- Plasmator
hominis, Inno VIII modo
(organum alla quarta)
- (Mp3,
939 KB)
- Johann Sebastian BACH
- Komm,
Gott, Schöpfer, Heiliger Geist BWV 667
- (Mp3,
939 KB)
- Requiem
aeterna, Responsorio graduale, II modo
-
(Mp3, 2345 KB)
|
Presentazione
Quando nell'alto medioevo si formarono
le comunità monastiche, la stesura delle prime regole tentò
di mettere in pratica quegli insegnamenti che gli stessi evangeli
facevano risalire alla figura del Cristo. Alla celebrazione
liturgica della messa, comune anche ai laici e che li vincola
alla presenza costante in ogni festività, vennero accostate
numerose occasioni di preghiera comunitaria, che con il loro
scandire l'intero trascorrere delle ventiquattro ore, potessero
dare rilievo e valore alla costante presenza della divinità
nelle menti e nei cuori di tutti. Accanto al lavoro quotidiano,
spesso un lavoro fortemente orientato alla cura dei campi
ma anche alla trascrizione di moltissimi manoscritti (operazione
non meno faticosa dei lavori agricoli), la celebrazione collegiale
di alcune ore del giorno e della notte aveva lo scopo di ricordare
sempre a tutti la necessità della presenza divina. L'insieme
di tutte queste preghiere prese il nome di liturgia delle
ore, e come tale venne sistematicamente disposta nei codici
più belli, destinati sia alla attività della comunità monastica
sia, in veste più esteriore e talvolta esasperatamente decorata,
alle mani di alcune importanti e ricche famiglie dell'epoca.
Una attività tanto capillare come la liturgia delle ore naturalmente
poteva essere condivisa solo ed esclusivamente presso comunità
monastiche, che potevano e dovevano dedicare l'intero tempo
alla contemplazione e alla preghiera; altrettanto non avvenne
con il clero secolare, che per la propria azione nei confronti
dei laici era costretto a interagire con questi ultimi, riconoscendone
anche gli ovvi impegni: anche per questo motivo quindi pian
piano la celebrazione della liturgia delle ore al di fuori
dei conventi venne a essere addensata e circoscritta ad alcuni
momenti riconosciuti come più significativi e più importanti
degli altri, i vespri e le lodi tra tutte. L'occasione di
provvedere ad una celebrazione collegiale almeno una volta
nella giornata, quando questa si avviava all'imbrunire e alla
sua naturale conclusione, portava al desiderio di riservare
anche in ambito secolare un momento di particolare attenzione
alla preghiera, slegata dall'obbligo della celebrazione della
messa e quindi ancor più orientata alla meditazione. In questo
senso furono molte le chiese che vollero aprire ai laici la
possibilità di partecipare a queste occasioni di preghiera,
che furono e sono sempre e comunque indissolubilmente legate
al canto: è la preghiera stessa ad essere musicale ("chi canta
prega due volte", diceva Sant'Agostino), oppure è la musica
a farsi preghiera intensa, accorata, ispirata: e la devozione
assoluta che contraddistingue questi momenti si fonde anche
alla professionalizzazione del canto e della esecuzione, giungendo
a vertici assoluti di arte e di preghiera. Anche successivamente,
quando al prevalere del canto gregoriano si sovrapporranno
la polifonia prima e la musica concertata poi, il canto cristiano
per eccellenza mantenne una propria posizione molto più continua
ed importante di quanto le storie della musica non siano oggi
solite attribuirgli. Non solo la normale celebrazione continuò
sempre con la proposta del gregoriano - tanto che fu l'altra
musica a essere eccezione destinata a solennizzare e ad enfatizzare
le feste più ricche e significative - ma l'eco di una musica
così interiore e così profonda prese a circolare anche all'interno
di numerose altre composizioni che a questo genere si ispirano
e si uniformano, soprattutto quando ad avvicinarsi loro è
l'organo, altro elemento destinato fin ben da prima del concilio
di Trento ad essere lo strumento ecclesiastico per eccellenza.
A ben vedere, vera o presunta che sia l'agiografica narrazione
circa la funzione che la Missa papae Marcelli del Palestrina
ebbe come garanzia e continuità della musica polifonica, sono
questi due organismi a fornire alla preghiera ecclesiale autentici
vertici di spiritualità: l'identificazione dell'organo con
l'edificio che generalmente lo ospita - strada peraltro un
poco troppo facile, pericolosamente in discesa... - ha sottratto
spesso il giusto valore e una corretta visione soprattutto
della musica organistica 'laica', a sua volta di grande interesse
e di assoluto rilievo. La scansione dei brani, qui alternati
a voler rafforzare il titolo del disco e a riproporre pratiche
ben note, conforta l'ascoltatore proponendo non una scontata
serie di composizioni oggi forse persino troppo note, ma contribuendo
a ripescare autentici capolavori nell'inesauribile bagaglio
di quell'otto e novecento troppe volte ingiustamente dimenticati:
la spiritualità di Marcel Dupré (Evocation), che trascolora
nel misticismo del proprio allievo Olivier Messiaen e che
li unisce in una unica visione fatta allo stesso tempo di
rigore esecutivo e di impareggiabile fantasia creativa, si
fonde all'impegno di sapore quasi calvinista del luterano
Bach, qui presente in scelte lungi dall'essere scontate. Evitando
un percorso dejà vu, la scansione di questo prezioso doppio
discografico prevede la esecuzione di Mors et resurrectio
di Jean Langlais, compositore tradizionalmente vicino alla
comunità monastica di Solesmes dalla quale certamente mutua
non solo la apparente semplicità del discorso ma anche una
visione salvifica del trapasso del corpo piuttosto che la
tenebrosa visione romantica (e ancor prima medievale) che
di un momento tanto difficile della 'commedia umana' dà il
cupo Franz Liszt. La serenità del cristiano viene dipinta
con attenzione persino da un insolito ed originale Erik Satie,
qui non più antiformalista o ironico pianista da cabaret ma
più che mai mistico e devoto nella sua Messe des Pauvres (qui
presente con il Kyrie), brano che sollecita sospetti concreti
e forti di una eco profonda del suo peraltro momentaneo aderire
all'esoterismo dei Rosa Croce. Le musiche presentate e la
sagace scelta compilativa uniscono e non accostano banalmente
la purezza della voce umana e la complessità dell'organo:
il sottile filo rosso che unisce il gregoriano autentico con
la propria eco prevalentemente romantica e post-romantica
giustifica una simbiosi altrove rara e traccia una strada
sulla quale - è facile prevederlo - potrà e dovrà incamminarsi
lo stesso evolvere della liturgia e della spiritualità attuale.
Franco Rossi - Venezia, 2007
Programma della registrazione:
|
cCD 1 |
|
|
|
| 1. - Franz LISZT
(1811 - 1886) |
|
| 1.
- Excelsior! Preludio, da Missa pro Organo |
Organo |
|
|
| 2. - Plasmator hominis,
Inno VIII modo |
|
| 6. -
organum alla quarta |
Gregoriano |
|
|
| 3. - Olivier MESSIAEN
(1908 - 1991) |
|
| 1.
- Apparition de l'église éternelle |
Organo |
| 1. -
(Visione dell'Eternità della Chiesa) |
|
| |
|
| 4. - Veni Creator,
Inno II modo |
Gregoriano |
|
|
| 5. - Johann Sebastian
BACH |
|
| 4.
- Komm, Gott, Schöpfer, Heiliger Geist BWV 667 |
Organo |
| |
|
| 6. - Acceptabis, Communio
IV modo |
Gregoriano |
| |
|
| 7. - Johann Sebastian
BACH (1685 - 1750) |
|
| 1.
- Passacaglia e Fuga in Do minore BWV 582 |
Organo |
|
|
| 8. - Erik SATIE
(1866 - 1925) |
|
| 4.
- Kyrie, dalla Messe des Pauvres |
Coro e Organo |
|
|
| 9. - Marcel DUPRÉ
(1886 - 1971) |
|
| 4.
- Cortege et Litanie op. 19 n.2 |
Organo |
| |
|
| cCD
2 |
|
| |
|
| 1. - Marcel DUPRÉ
(1886 - 1971) |
|
| 4.
- Evocation |
Organo |
|
|
| 2. - Requiem aeterna,
Responsorio grad., II modo |
Gregoriano |
| 4.
|
|
| 3. - Jean LANGLAIS
(1907-1991) |
|
| 4.
- Mors et resurrectio op. 5 nr. 1, parafrasi |
Organo |
| |
|
| 4. - Lux aeterna,
Communio VIII modo |
Gregoriano |
| |
|
| 5. - Franz LISZT |
|
| 4.
- Lux aeterna, postludium, da Requiem für die orgel |
|
| 6.
- Les morts ode funebre |
Organo |
| |
|
| 7. - Pange lingua,
Inno III modo |
Gregoriano |
| |
|
| 8. - Marcel DUPRÉ
(1886 - 1971) |
|
| 4.
- Pange lingua op. 38 nr. 10 |
Organo |
| 9.
- Placare Christe servulis
op. 38 nr. 16 |
Organo |
| |
|
| 10. - Placare Christe
servulis, Inno VIII modo |
Gregoriano |
| |
|
| 11.- Jesu Redemptor
omnium, Inno I modo |
Gregoriano |
|
|
| 12.- Marcel DUPRÉ
(1886 - 1971) |
|
| 7.
- Il mondo nell'attesa del Salvatore |
Organo |
ORGANICO
DELL' OFFICIUM CONSORT:
Nicolò Pasello, Claudio Zinutti, Michele Da Ros, Marco
Della Putta, Sandro Giusti, Stefano Giusti, Alessandro Drigo,
Pio Francesco Pradolin,
Pietro Santoro, Marco Casonato, Francesco Del Bianco, Daniele
Fabbro, Massimo Piani
Danilo Zeni: direttore del coro
Francesco Finotti: organo
Luogo di registrazione:
Duomo di San Lorenzo, Abano Terme (PD) - novembre/dicembre
2006
Registrazione effettuata da Studio Elite, di Giovanni e
Silvia Melloncelli, Sermide (Mn)
Montaggio effettuato presso Studio Elite, di Giovanni
e Silvia Melloncelli, Sermide (Mn)
Introduzione libretto CD: prof. Franco Rossi
Traduzioni: Pauline Tacey
Iniziativa realizzata con il sostegno di:
Direzione centrale istruzione, cultura, sport e pace
Servizio attività culturali
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